Il Disturbo di Personalità Dipendente (DDP)
Come in altre occasioni, ho deciso di trattare un argomento di psicologia partendo da un pezzo di un Film di animazione, appunto “Rapunzel”.
Tutti, bene o male, conosciamo la storia classica di Raperonzolo, una neonata che viene strappata dalle mani dei suoi genitori da una strega e rinchiusa in una torre senza alcun accesso ad essa, se non la finestra dalla quale può vedere un piccolo pezzo del mondo esterno.
Raperonzolo è l’emblema del bambino iperprotetto, rinchiuso in una campana di vetro allo scopo di “proteggerlo” da ogni male, ma purtroppo anche da ogni possibile bene! Proprio così, anche da ogni possibile bene, perché ogni individuo costruisce la propria identità, costruisce la stima di sé e la percezione di essere capace e competente, solamente esplorando la realtà esterna. Solamente affrontando paure, ostacoli, difficoltà, sofferenza e commettendo errori.
Tutti siamo stati bambini e tutti siamo stati dipendenti dai nostri genitori o da altre figure significative. Questo non è un male di per sé. Quando si è piccoli, non si hanno le capacità per soddisfare in autonomia i bisogni primari. Per intenderci, un bambino non ha la capacità di procurarsi il nutrimento, non è capace di pulirsi e lavarsi da solo dopo aver espletato i propri bisogni corporei. Un bambino non è in grado di difendersi da solo, di tenersi riparato dalle intemperie e al sicuro dai pericoli, che minacciano la sua incolumità fisica.
Per questo motivo, nei primi anni di vita un bambino dipende necessariamente dalle figure significative che si occupano di lui. Solo gradualmente la dipendenza lascerà lo spazio all’autonomia.
Affinché un bambino diventi autonomo, deve sentirsi sicuro di poter esplorare il mondo da solo e di poter agire autonomamente, e per far ciò, deve percepire di avere una rete sicura alle spalle che in caso di pericolo si attiva per proteggerlo. Inoltre deve poter ricevere sostegno e incoraggiamento, per potersi sentire capace di affrontare la difficoltà o compito che vuole eseguire.
Facciamo un esempio concreto: una delle prime conquiste di un bambino piccolo è mettersi in posizione eretta e camminare.
È un apprendimento che non avviene dall’oggi al domani, ma dato da un processo fatto di tentativi ed errori, dove il bambino deve capire come sollevarsi, come aggrapparsi, come impostare i piedi, come mantenere l’equilibrio etc. In tutto questo il genitore ricopre un ruolo essenziale nel favorire l’apprendimento o meno.
Un genitore adeguatamente preoccupato può stare vicino al bambino e mostrargli dove aggrapparsi, come mettere i piedi, aiutarlo a sollevarsi e con le mani fargli fare i primi passi. Di fronte alle cadute non si mostrerebbe in apprensione, ma sereno e incoraggerebbe il bambino a riprovarci. Cadere capita, fa parte del processo.
Un genitore iperprotettivo mostrerebbe ansia sin da subito, cercherebbe di sostituire il bambino nei movimenti invece di mostrargli come fare. Ad ogni caduta si spaventerebbe e non incoraggerebbe il bambino a riprovarci, anzi direbbe che è ancora troppo presto e cercherebbe di limitare i successivi tentativi del bambino di indipendenza. Questo trasmetterebbe al bambino l’idea che imparare a camminare è pericoloso, che potrebbe farsi veramente male e che non è in grado ancora di poter affrontare questa difficoltà.
Questo stile educativo si verificherebbe per ogni difficoltà, per ogni compito che può essere complesso e “pericoloso”, attivando nel bambino diverse credenze:
-il mondo è pericoloso e pieno di minacce
-da solo non ce la posso fare (sono incapace)
-io ho bisogno di un aiuto esterno per farcela
Questa paura appresa, insieme ad altri fattori, può comportare nel bambino in età adulta un Disturbo di personalità Dipendente (DDP).
Cosa è?
Il Disturbo di Personalità Dipendente viene definito dal DSM 5 come una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione, che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti.
Come si esplicita?
- Una persona con DDP può mostrare difficoltà a prendere le decisioni nella quotidianità, richiedendo assiduamente consigli e rassicurazioni dagli altri, così come può delegare agli altri tutto ciò che richiede una certa responsabilità personale.
- Difficilmente esprime disaccordo verso gli altri per timore di perdere il loro supporto o la loro approvazione.
- Può avere difficoltà ad essere intraprendente, a iniziare dei progetti o ad agire in autonomia, per una mancanza di fiducia nelle proprie capacità.
- Per ottenere l’affetto, l’accudimento e supporto dall’altro, può arrivare a compiere azioni spiacevoli a favore dell’altro.
- Può mostrare disagio o potrebbe sentirsi indifesa, quando è sola, ritenendo di non essere in grado di provvedere in autonomia a se stessa.
- Mostra forte attaccamento alle persone significative, pertanto, quando termina una relazione di accudimento, potrebbe attivarsi per cercare una nuova figura con la quale instaurare un rapporto di supporto e dipendenza.
- Potrebbe manifestare estrema paura di essere abbandonata, proprio per la credenza di non potersi occupare da sola di sé.
In sintesi: una persona con DDP presenta un eccessivo bisogno di cure, protezione e presenza da parte dell’altro e paura di rimanere sola.
Cosa favorisce il Disturbo di personalità dipendente?
Sicuramente un fattore di rischio è l’iperprotezione genitoriale, che favorisce un rapporto di dipendenza del figlio verso il genitore, rimandando al bambino che senza un aiuto esterno non può farcela da solo. Questo porta il bambino a sentirsi incapace, a credere di non avere le capacità per affrontare le difficoltà della vita, anche se banali, e a sentirsi debole e vulnerabile.
Anche modello educativo autoritario può favorire il DDP, favorendo un rapporto dipendente genitore-figlio, dove il figlio obbedisce e agisce solamente a seguito di richieste genitoriali senza la possibilità di esplorazione autonoma e di commettere errori.
Il mondo viene visto dal bambino e poi dall’adulto come pericoloso ed estremamente complicato da affrontare da soli.
Altri fattori che possono favorire la dipendenza relazionale sono abusi fisici o sessuali subiti durante l’infanzia, che comportano lo sviluppo di sentimenti di impotenza nel bambino (minano la stima di sé e delle sue capacità) e episodio precoce di una malattia grave, che può portare i genitori a divenire iperprotettivi e il bambino a percepirsi in balia degli eventi (impotente).
N.B. Ribadisco, tutti siamo stati bambini e tutti siamo stati dipendenti dai nostri genitori o da altre figure significative. Questo non è un male di per sé. Quando si è piccoli, non si conoscono il mondo e i pericoli relativi. Per far sì che un bambino si senta sicuro di esplorare il mondo, deve percepire di avere una rete sicura alle spalle che lo protegga e lo supporti e incoraggi ad affrontare anche le sue paure.
La dipendenza relazionale è sana nel momento in cui il bambino può costruire e mantenere una sua individuale identità. Diventa invece patologica, quando l’identità del bambino è definita dalla presenza di un’altra figura senza la quale non è nulla o manca “una parte” di Sé.
Cosa fare?
Il Disturbo di Personalità Dipendente non passa da solo, in quanto caratterizza lo stile di personalità, il funzionamento, lo stile di vita e lo stile relazionale dell’individuo. Si può trattare solamente intraprendendo una Psicoterapia e lavorando sul proprio funzionamento.

